Territorio
Rocce e fossili
Le pieghe fitte e convolute
delle filladi nerastre, venate dal bianco del quarzo e della calcite, che si
osservano risalendo il Trionto, il Coserie, il Colagnati, testimoniano l’enorme
energia messa in gioco dall’orogenesi alpina per dare vita a questo lembo della
Sila che è parte integrante dell’enorme catena alpino-himalayana che va dalle
Alpi ai Pirenei, alle Alpi Dinariche, dalle Ande all’Himalayia, solo per citarne
alcune.
Un lembo delle Alpi piantato in Calabria, dalla Sila all’Aspromonte, in rapido
sollevamento, qualche millimetro all’anno, dotato di un dinamismo che si
materializza nelle grandi conoidi dei fondovalle, tra le quali spiccano quelle
sospese del Trionto tra Puntadura e Longobucco, nelle valli fortemente incise,
nelle strette gole dei torrenti, nelle grandi frane che talora ne ostruiscono il
corso formando effimeri laghi.
Il basamento di questa catena montuosa lo si scopre risalendo i torrenti quando
si incontrano le filladi ed i graniti grigi e rosa, scomposti in lembi
embriciati, sovrascorsi l’uno sull’altro in modo che sia invertita la normale
successione dei terreni, in modo che dal basso verso l’alto si passi dai terreni
più recenti a quelli più antiche. Nel Trionto, tra Puntadura ed Ortiano, nel
Coserie, all’altezza di Cropalati, nel Colagnati, tra Gammicella e S. Onofrio,
si può leggere, osservando le rocce, queste importanti pagine di storia
naturale.
Pagine osservando anche le rocce calcaree, più recenti, di età mesozoica, che
affiorano a Longobucco tra Puntadura ed Ortiano, a Campana, alla base della
collina sulla quale sorge l’abitato, a Bocchigliero, sotto la rupe del Convento.
Spesso contengono fossili belli ma anche molto importanti, come le Ammoniti, il
cui nome deriva da Zeus Ammon per le curve simili a quelle dell’ariete, che
fanno datare le rocce da 100 a 50 milioni di anni fa. Sono da segnalare gli
affioramenti di Ammoniti in località Conche nella valle del Col agnati, in
prossimità dell’abitato di Bocchigliero e nelle valli di Ortiano e del
Laurenzano, quelli di Pectinidi associati a Brachiopodi, di età liassica, che
affiorano nelle vicinanze di Puntadura.
Le grandi masse di flysch eocenico, una roccia particolare perché costituita da
alternanze ritmiche di strati di varia natura, che danno luogo a frane
spettacolari che si possono osservare lungo una fascia che taglia
trasversalmente le valli che vanno dal Colagnati al Trionto.
Affioramenti di selci di colore rosso bruno si incontrano nelle valli del
Colagnati, tra Gammicella e S. Onofrio, dell’Otturi e del Laurenzano. Qui
affiorano calcari dal colore rosso sangue.
Sui conglomerati rossastri e sulle arenarie grigie e giallastre, più recenti, di
età miocenica, sorgono i centri abitati più antichi, collocati su rupi
difficilmente accessibili agli aggressori, vere e proprie cittadelle
fortificate. Tipiche sono le “timpe” rosse sulle quelli sono collocati Rossano,
Paludi, Cropalati, Caloveto, Scala Coeli, Campana.
Nelle arenarie sono presenti i giacimenti fossiliferi che contengono i ricci di
mare fossilizzati, anzi le loro impronte, (echinidi dei generi Mycraster e
Clypeaster), associati frequentemente a fossili di Pecten e di Ostrea. Se ne
trovano in abbondanza in contrada Forello di Rossano, nelle vicinanze di Paludi
e di Campana.
Tra le località fossilifere, di particolare interesse è la zona del Colagnati
tra le località Conche e Torno dove, a circa quattro Km a monte di S. Onofrio,
imboccando la sterrata che scende verso il fondovalle del Colagnati e dopo aver
attraversato granito fortemente alterato, ed ancora una piccola scaglia di
flysch eocenico, raggiungendo il Torno, si osservano livelli di calcare rosso a
crinoidi e posidonoia la cui particolarità risiede nella presenza di una
megabreccia con blocchi di graniti e di calcare in una matrice di calcare rosso
o rosato ricchissima di Ammoniti anche di grosse dimensioni. La megabreccia è, a
sua volta, ricoperta da marne e calcari marnosi rossi ricchi di microfossili
e,quindi, oggetto di una notevole attività di ricerca scientifica.
La presenza dell'uomo
Quando i bretti, dovendosi
riparare od avendo necessità di rinvenire materiali per le prime rudimentali
costruzioni, si insediarono sulle alture collinari della Sila Greca ebbero
contezza di una foresta di querce e conifere che dal mare si estendeva fin sulle
vette più alte, interrotta dai nastri biancheggianti dei torrenti che,
spagliando vicino al mare, formavano stagni e minuscole lagune dove, le esigenze
di salubrità e di difesa dai nemici, inducevano a non insediarsi.
E’ così che le prime forme di insediamenti stabili delle popolazioni autoctone
si localizzarono sulle colline della Sila Greca, a Paludi, Rossano, Calopezzati,
Pietrapaola, Cariati, spingendosi talora fin sulle pendici montuose di
Bocchigliero. In queste aree archeologiche si rinvengono resti di case e tombe,
segni di guerre e conflitti con i primi colonizzatori greci che su quelle coste
sbarcavano in cerca di terre migliori, insediandosi il più possibile in
vicinanza del mare. Sulla costa jonica, alla foce del Crati, diedero vita, nel
corso di alcuni secoli, tra il VI a.c. ed il III d.p., a Thurio, Copia e Sibari
che oggi sono annoverate tra le più importanti vestigia della colonizzazione
greca.
Lungo l’itinerario che dalla valle del Coserie, partendo da Valimonti, risale
verso Paludi, si incontra la rupe arenacea che contorna l’acrocoro sul quale
sorge la città brezia di Castiglione. Qui, per lungo tempo, i bretti posero le
loro dimore facendo di quel sito uno dei loro centri più importanti per la
presenza dell’acqua e del sale nelle vicinanze, l’abbondanza di legno e di
resina, e, soprattutto, per la sua sicurezza dominandosi da Castiglione la valle
e la pianura sottostanti.
La città, fortificata da una lunga cinta muraria costruita con megablocchi di
arenaria reperiti in loco, è accessibile da due porte di cui la principale, a
nord, è munita di due torrioni di guardia; fu a lungo in conflitto con le
comunità greche di Crotone e di Sibari con le quali ebbe però anche pacifici
scambi commerciali come provano le tante monete rinvenute.
Anche i bizantini influenzarono la cultura delle popolazioni locali lasciando a
testimonianza della loro secolare presenza monumenti straordinari come l’abbazia
del Patire e le Chiese di San Marco e Santa Panaghia a Rossano.
Le abbondanti risorse naturali furono il sostentamento di generazioni e
generazioni che, attorno a Longobucco, coltivarono i filoni di blenda e galena
alla ricerca di argento e zinco, nella valle del Coserie le miniere di salgemma
e le cave di pietra per adornare di importanti portali le case dei notabili.
Mulini, concerie, fabbriche di liquirizia, frantoi oleari e, più tardi, centrali
elettriche, trassero per molti secoli l’energia delle acque dei torrenti
incanalandola e portandola a valle lungo i fianchi del Trionto, del Coserie, del
Colagnati, del Celadi, del Grammisato e del Cino disseminati ancora oggi dai
resti di questi importanti giacimenti di archeologia industriale. Si calcola che
alla fine del XIX secolo erano ancora attivi una quarantina di opifici
distribuiti nelle vallate di quei torrenti concentrati in massima parte vicino
ai centri abitati. Emblematico è il caso del Celadi, vero e proprio polo di
energia idraulico di Rossano, dove ancora oggi sono visibili mulini quasi
integri con una o due canne, una conceria, e molti tratti anche pensili delle
canalizzazioni costruite per convogliare l’acqua da un mulino all’altro.
Particolarmente conservato è il lungo canale su archi in muratura che dal
Coserie, nel Comune di Paludi, addiceva l’acqua ad un mulino ed al frantoio
della famiglia Cherubini in località Valimonti. Qui il casino omonimo incorpora
i resti di due torri di guardia merlate a pianta circolare che con tutta
probabilità facevano parte della dogana che fin dal Medioevo sorgeva in quel
sito essendo posta nelle vicinanze una importante miniera di salgemma.
Resti dei percorsi della transumanza che dal piano conducevano ai pascoli alti
della Sila e della rete viaria medievale, di chiese, santuari ed icone votive,
disseminano il territorio di testimonianze che formano inserti preziosi nel
paesaggio degli uliveti secolari e della macchia mediterranea.
L'acqua
Lo spettacolo desolato delle
enormi distese biancastre degli alvei dei torrenti può indurre facilmente in
errore. In verità, nel grembo di quelle pietraie sono custodite enormi riserve
d’acqua che hanno permesso la nascita di una agricoltura fiorente.
Quando infatti le ripide valli montane si avvicinano al piano e si allargano a
contenere le estese pietraia degli alvei, le acque, prima defluenti in
superficie, si inabissano nei grandi serbatoi naturali da cui l’uomo attinge
acqua da secoli.
E’ risalendo le valli, oltre il piano, che la ricchezza d’acqua si mostra tutto
l’anno nel Trionto dal Destro fino a Difesella, nel Coserie, da Cropalati a
Monte Paleparto, nel Col agnati, da Gammicella a Paleparto, nel Cino, da Monte
Paleparto fino alla Palombara, ma anche nel Celadi e nel Grammisato.
Lungo il Celadi si conservano le testimonianze maggiori di un sistema complesso
di canali che, partendo dalle quote più alte, compivano una serie di salti dando
così modo di riutilizzare più volte l’acqua in corrispondenza dei numerosi
mulini dislocati in punti strategici a quote vieppiù basse, costituendo oggi
testimonianza visibile di quella economia dell’acqua che fino al XIX secolo ha
connotato il territorio della Sila Greca.
Lungo le valli alte la presenza dell’acqua ha dato luogo ad ecosistemi umidi che
trovano visibilità nei boschi di ontani e di felci e che ospitano il merlo
d’acqua, il granchio e la biscia d’acqua, mentre, per effetto delle
discontinuità tettoniche, ha dato luogo alla miriade di cascate lungo il
Colagnati dove si rinviene quella più alta, una trentina di metri, nel vallone
Cerasia in destra idrografica, nel Coserie, con la cascata di Vurga nera, nel
Cino, in località Palombara e nel Celadi.
E’ quindi un’avventura ricca di emozioni interesse la risalita dei torrenti
lungo i quali l’asprezza del paesaggio si traduce in difficoltà degli itinerari
punteggiati da salti delle cascate e delle briglie, da enormi macigni crollati
dai versanti ripidi in fondo alle valli, da forre da attraversare anche a nuoto
o usando le corde.
Quando le piogge improvvise ed intense si abbattano sullo Jonio, i torrenti
convogliano rapidamente a valle enormi quantità d’acqua che per lungo tempo non
furono contenute da argini rendendo insalubri le pianure a causa dalle alluvioni
e degli stagni, i cosiddetti pantani, che punteggiavano le aree latitanti le
foci dei torrenti.
La vegetazione e la fauna
Molte dei percorsi che vengono
segnalati si svolgono nei boschi fitti delle conifere e delle latifoglie o nella
macchia mediterranea.
I boschi di ontano, associati di frequente all’acero, formano sinuosi cordoni
verdi lungo gli alvei delle parti mediane dei torrenti mentre verso le pianure
primeggiano macchie gigantesche di oleandri colorate in primavera del rosso
carminio delle fioriture.
D’inverno è la macchia mediterranea, lussureggiante intorno al Patire, a
colorarsi del rosso delle bacche dell’agrifoglio e del pungitopo e dei frutti
del corbezzolo.
Lembi residui di vegetazione autoctona sopravvivono ai diboscamenti del secolo
scorso. La riserva naturale di cozzo del Pesco conserva castagni ultracentenari,
grandi querce sopravvivono nei boschi del Rinacchio e di Cozzo Pica ed il pino
laricio, alto più di trenta metri, punteggia qua e là i boschi intorno al Monte
Paleparto.
Ma è la macchia mediterranea a dominare il paesaggio della Sila Greca. Una
singolare associazione di alberi ed arbusti sempreverdi, che comprende tutta la
gamma del verde e che si colora in primavera dei fiori bianchi del biancospino,
del perastro, delle prugne selvatiche e dell’erica detta erba scoparina perché
usata per fare scope e dalla cui radici si ricava il ciocco, il bulbo nodoso
sferoidale usato per ricavarne pregiatissime pipe. Frequenti i boschetti di
agrifoglio e di bagolaro.
La pianta arborea dominante della macchia e senza dubbio il leccio, una quercia
che può anche raggiungere altezze fino a 25 metri ma più spesso è un piccolo
albero longevo potendo vivere fino a mille anni. Si riconosce dalla
caratteristica corteccia finamente screpolata in piccole placche e dal colore
grigio verdastro del fogliame.
Punteggiano la macchia in giugno i giganteschi fiori rosso sangue del
dracunculus o gigaro che si può osservare all’imbocco delle gole del Colagnati a
Gammicella.
I prati naturali mostrano in primavera lo splendore dei colori e del profumo
delle violette, della ginestra e della rosa canina, in estate del profumo
intenso della menta, dell’origano, del finocchio e del timo ed in autunno si
coprono del giallo dei crochi e del violetto dei ciclamini.
Nelle parti più basse i prati si popolano del cardo mariano che qui viene detto
“fiore di San Giovanni”. Fiorisce infatti a giugno e narra la leggenda che la
notte della vigilia della festa di San Giovanni vengono bruciati i petali del
fiore dopo averlo reciso e trapiantato in un vaso. La rifioritura al mattino
equivale alla predizione di una lunga vita per chi ha compiuto il rito. Anche le
macchie biancastre che si trovano sulle foglie vicino alle nervature nella
leggenda sono lacrime della Madonna cadute dal suo seno durante la fuga per
sfuggire alle persecuzione di Erode.
Camminare in Sila Greca in estate significa imbattersi in boschetti di rovi
letteralmente ricoperti di drupe nerastre succulenti, le more selvatiche.
Sui dirupi si sviluppano importanti comunità di piante rupestri tra cui l’acanto
ed il fico d’india. Il vischio fa sempre da ornamento ai castagni.
Le colonie dei bombi popolano i prati in primavera ed in estate insieme a
numerose specie di farfalle, libellule e coleotteri.
Nella Sila Greca si riproduce ancora la tartaruga (bosco del Canforato maggiore
nella valle del Celadi) proliferano il ghiro, il gatto selvatico, la volpe e la
faina. Fra i massi rocciosi si nasconde la vipera e non è raro incontrare il
lupo ed il cinghiale.
Le colonie d’uccelli stanziali e migratori sono numerose. Falchi e poiane, piche
e colombacci si accompagnano in primavera all’upupa ed al picchio.
Un poderoso blocco di calcareniti e conglomerati, sollevato lungo una faglia, si
erge lungo la strada che da San Morello conduce a Scala Coeli. E’ la Pietra
dell’avvoltoio dove nidificava e forse nidifica ancora il rarissimo falco detto
capovaccaio.